Esperienza reale Cambiamenti.

sormarco

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taranto
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Vacillai.
Lo schiaffo di Lucrezia continuava a risuonare nella mia testa.
Era passato un giorno ma non riuscivo ancora a riprendermi dalle sue parole, dal suo gesto: era stato più doloroso il finale, di quell'episodio, che la mia sfuriata con Francesco. Anzi, quella era stata la parte più semplice, liberatoria oserei dire. Erano anni che desideravo farlo.
Non avrei mai creduto, tuttavia, di dover fare i conti con una donna, oltre che con lui. E non una donna qualsiasi: sua moglie, quella che un tempo credevo uno dei tanti aguzzini.
Passai l'intero giorno a bighellonare in giro per casa, tentando di tenermi occupato come meglio potevo. Riparai alla meglio la finestra applicando una tavola di multistrato per coprire il buco, poi me ne andai al lago a contemplare il silenzio e a godermi una pace che, in un certo senso, mi ero meritato.
Passai ore ad ascoltare il placido rumore delle acque, finché non venni sorpreso dalle tenebre e da una fame da lupi.
Ero già ai fornelli quando suonò il campanello.
Mi fermai di scatto con la padella in mano ed il mestolo nell'altra, imprecando nemmeno troppo sommessamente.
-Chi cazzo è adesso.- bofonchiai avvicinandomi all'uscio. Negli ultimi tempi ero sempre sull'attenti quando sentivo il ronzio del telefono o qualcuno bussare alla mia porta. Me ne stavano accadendo di tutti i colori, non c'era tregua, motivo per cui ero sempre, costantemente, sul chi va là, una sensazione di ansia perenne che sfociava fin troppo spesso in rabbia repressa.
Senza indugio aprii la porta, pronto al peggio...ma più che dall'oscurità venni invaso da una luce quasi celestiale.
Era lei, la femmina che aveva dato inizio a tutto. La donna dagli occhi di smeraldo.
Se ne stava ritta sul pianerottolo, le braccia conserte e un'espressione da cane bastonato in faccia. Il suo volto si era completamente ripreso e come al solito non presentava nemmeno un filo di trucco, cosa che io decisamente adoravo. Le sue rughe, seppur sporadiche, le decoravano gli occhi meglio di qualsiasi rimmel e mi rammentavano lo scorrere del tempo, gli anni che inesorabili passavano. Aveva addosso una felpa grigia della sua taglia (non una del marito come nei precedenti incontri) che nascondeva le sue forme, ed un paio di Jeans blu, sgualciti sul ginocchio destro.
-Senti...- fece lei, ma io la interruppi subito.
-Non c'è bisogno di niente.- dissi lapidario. -che vuoi?- la incalzai.
-Parlare.-
Rimasi a fissarla, di nuovo quel gioco di sguardi che tanto mi affascinava. Sospirai, alla fine cedetti e spalancai la porta, lasciandola entrare.
-Che profumo, che cucini?- cercò di sdrammatizzare.
-parla.- tagliai corto io. -Se sei qui per scusarti ti evito il disturbo. Non c'è bisogno.-
Scosse la testa.
-No, no. Volevo sapere...l'altra sera mi hai scritto chiedendomi di Veronica, di Rebecca, se avessi raccontato qualcosa a qualcuno. Mi avevi detto che mi avresti spiegato, ma non l'hai fatto.- Nel parlare si sedette sul divano ed immancabilmente vide la finestra spaccata con il rattoppo fatto da me quella stessa mattina. -Che diavolo è successo lì?- mi domandò stupita prima che io potessi risponderle.
-E' stata Rebecca.- mi avvicinai ai fornelli e spensi tutto, sospettavo una lunga chiacchierata. Tentai di essere breve e le raccontai tutto, di quello che aveva fatto la sua amica, del fatto che volesse raccntare tutto a Francesco. Dissi che l'avevo incontrata al pub, che l'avevo un pò "snobbata" per così dire, e ipotizzai che nelle sere successive mi avesse seguito, scoprendo così che mi recavo ogni volta a casa di Lucrezia.
La storia era assurda, francamente più la raccontavo e più mi metteva i brividi.
La mia interlocutrice, invece, sembrava credere ad ogni singola parola, come se fosse la cosa più naturale del mondo.
-Ci sono cose che non sai su di lei.- mi disse. -A questo punto credo sia giusto raccontarti tutto.-
Venni a conoscenza che Rebecca, anni prima, era sul punto di sposarsi con un uomo, che la abbandonò sull'altare. Si scoprì successivamente che il presunto sposo aveva una vita parallela, un'altra moglie e figli a carico e che Rebecca doveva essere soltanto il suo passatempo. Semplicemente, si era spinto un pò troppo oltre. Per Rebecca fu un duro colpo, la sua psiche ebbe un tracollo tanto da farla entrare in cura. Aveva un mezzo esaurimento con scatti di violenza gratuita anche verso i suoi familiari, motivo per cui per un lungo periodo entrò ed uscì da svariate cliniche per cercare di risolvere il suo problema. In più, nel quartiere, iniziarono a chiamarla "la matta del paese", cosa che non la aiutò di certo.
Impiegò molto tempo per ritornare ad una situazione pseudonormale, una sorta di equilbrio psicofisico che a quanto pare, io con il mio rifiuto, ero riuscito ad incrinare.
-Bene.- sospirai. -Ci mancava pure questa adesso.-
-Che intendi fare ora?- domandò lei.
-Che dovrei fare? Chiamare il vetraio e farmi fare un vetro nuovo, innanzitutto.- bofonchiai incazzato.
Lucrezia a stento riuscì a trattenere una risata.
-C'è altro?- la incalzai.
-Sì. Volevo dirti che sei uno stupido.- quando lo disse in quel modo, per un momento mi sciolsi. Era un complimento, forse il più bello che io ricevetti in tutta la mia vita.
-Uno stupido che fa cazzate.- aggiunse. -Cazzate che apprezzo.- sorrise arrossendo vistosamente.
-Pensavi che avrei lasciato tutto nelle tue mani? Sapevo che non avresti fatto un cazzo Lù. Mi è bastato guardarti negli occhi per capire quanto tu vivessi nel terrore. E sai perché lo so?- mi fermai a fissarla, il mio sguardo le bucava l'anima.
-Perché è quello che hai vissuto anche tu.- aggiunse lei convinta.
-Qualcuno doveva fermarlo.- confermai.
-Sì, ma ora non è finita. Reagirà. E non voglio immaginare come.-
-Mi hanno appena sfondato il vetro di casa, sono pronto a tutto.- lo dissi tra il serio ed il faceto. In effetti, la cosa mi faceva riflettere: in che cazzo di guaio mi stavo cacciando? Francesco sembrava davvero qualcuno di potente, o che per lo meno poteva conoscere qualcuno di importante. E Rebecca, per quanto non ami utilizzare questo termine, era una pazza. Una pazza da legare.
Di nuovo avevo duemila rovelli in testa: nel giro di un secondo la mia mente iniziava a vorticare furiosa, come un dannato frullatore.
Fu Lucrezia ad interrompere quel guazzabuglio infernale che mi stava dilaniando.
Si alzò dal divano, venne verso di me senza dire una parola. Mi guardava, mi fissava come se fossi l'unica persona al mondo, in quel momento, l'ultimo sopravvissuto dopo una violenta esplosione. Allungò le braccia verso di me e senza fiatare mi abbracciò, poggiando la sua testa sul mio petto.
Le mie mani si mossero di conseguenza, stringendole la nuca a mò di protezione: in quel periodo di tempesta, quell'istante fu uno dei pochi raggi di sole che ancora conservo nel mio cuore.
-Grazie.- sussurrò alla fine rimanendo in quella posizione. -Poi mi dirai anche che cosa hai fatto al braccio.-
-...-
Hanno già detto tutto gli altri prima di me, io vorrei solo aggiungere che, di racconto erotico ancora non c'è stato nulla, e comunque è un racconto stratosfericamente bello ti scorre nella lettura ed arrivi alla fine del capitolo senza accorgersene. Spero solo che qualcuno non ti faccia scazzare a scrivere, come è successo ad altri, assillandoti appunto con l'erotismo che manca. Lasciali cuocere nel loro brodo, in pratica trattali da Francesco nel capitolo precedente.
Grazie.
 
OP
R

rancu

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8.5

Non saprei dire quanto tempo rimanemmo in quella posizione, né saprei definire il suo odore, sebbene io sia piuttosto certo di poterlo riconoscere tra una miriade di altri profumi. Era un effluvio particolare che sapeva di fresco, non necessariamente di pulito, bensì di floreale, che ricordava vagamente l'estate.
In quell'abbraccio io mi ero perso completamente. Sentivo le sue mani strapparmi quasi la stoffa della maglia per lo sforzo di rimanermi ancorata, le sue braccia stritolarmi a fatica in quella piacevole morsa.
In quell'abbraccio, io, sarei pure morto volentieri: per me, nel periodo che stavo vivendo, era la pace dei sensi.
Un lampo mi balenò nella mente: in quel preciso istante ammisi a me stesso di essere io ad aver bisogno di lei più di quanto Lucrezia necessitasse della mia presenza. Mi sarei sentito sempre in difetto con quella donna: l'avevo accusata per anni di essere una dei miei carnefici, l'avevo incolpata per un ventennio dei miei problemi, l'avevo odiata per un tempo indefinito per tutti i soprusi subiti.
Quanto tempo impiegai per capire quanto fosse lontana la realtà dalle mie credenze? E quanto a lungo dovevo mentire a me stesso? La verità era semplice: mi piaceva averla intorno. Io adoravo la sua compagnia. Ed era un sollievo sapere che quello schiaffo fosse solo il suo modo per dirmi grazie.
Probabilmente saremmo rimasti in silenzio per sempre se non fosse stato il mio stomaco a parlare. Certe cose non si comandano: avevo una fame infernale, il bisogno primario di cibo si faceva sentire. Quando la pancia brontolò sinistra Lucrezia scoppiò a ridere, alzando lo sguardo nella mia direzione.
Lentamente si sciolse dalla presa e fece un passo indietro rimanendo a fissarmi.
-Beh, ero solo di passaggio...-
-Resta. Non manca mai il cibo qui.- la interruppi io.
-Ma io...- balbettò qualcosa alla rinfusa, capii al volo che la volontà di rimanere fosse reciproca.
-Dai non rompere.- senza attendere una sua risposta andai verso la dispensa ed apparecchiai per due, uno stile piuttosto spartano, senza molti fronzoli.
Ricominciai a cucinare mentre lei si era messa comoda, nessuno dei due intendeva parlare più del dovuto. Era come se le parole avessero un prezzo, tra di noi: perché sprecare fiato quando è possibile giocare con lo sguardo? E quegli sguardi, quelle occhiate, io le sentivo: mi osservava, mi studiava mentre ero ai fornelli, mi squartava la carne per arrivare al nocciolo del mio essere, nel profondo della mia anima. Io non sorridevo, non esprimevo nemmeno la minima emozione, piuttosto ero dannatamente concentrato sulla padella pur di non dargliela vinta.
Mi divertii. E, devo ammetterlo, fu persino eccitante.

La cena fu rapida, parlammo del più e del meno cercando volutamente di non toccare determinati argomenti, quelli che ci avevano ferito fin troppo. Scherzammo, ridemmo, sembravamo quasi amici di vecchia data.
Mi chiese con insistenza come mi ero ferito al braccio ed io mentii spudoratamente, dicendole che avevo infilato il braccio nella finestra rotta per posizionare la tavola di multistrato: probabilmente dovevo essermi tagliato con un vetro rimasto appeso, che io non avevo visto.
Per mia fortuna, sembrò crederci.
Le parlai di Giacomo, del fatto che sarebbe tornato, e lei fu piuttosto felice della mia amicizia ritrovata. Aveva comunque timore che anche lui ce l'avesse con lei, ma io le dissi che gli avrei detto come e quanto erano cambiate le cose. Proposi di farli incontrare ed ottenni un semplice "Vedremo" come risposta.
Erano passate delle ore, si era fatto piuttosto tardi ed iniziai a sparecchiare, ripiombando nel mio consueto silenzio. Mi aspettavo di nuovo di danzare con lei senza nemmeno sfiorarci, se non con gli occhi, ma le mie aspettative s'infransero come un'onda sullo scoglio quando lei aprì bocca.
-Senti Rè...-
Mi voltai di scatto a guardarla con il piatto umido in mano. Ero sorpreso, non mi aspettavo che interrompesse quel teatrino che avevamo creato.
-Mi fa strano dirlo e non voglio nemmeno approfittarmi, però...- si strinse nelle spalle, i suoi smeraldi s'addolcirono come quelli di una bambina.
-Io ho paura di stare da sola. Posso rimanere qui stasera?- pronunciò quella frase con uno sforzo disumano, glielo lessi dall'espressione del volto. Era in evidente stato di imbarazzo, le gote avvamparono, le dita s'intrecciavano tra di loro per il nervosismo. Accavallò le gambe ed abbassò lo sguardo.
-Oh beh, io posso anche dormire sul divano eh. Non ci sono problemi.-
La guardai in un mezzo sorriso.
-Ma sei scema? Rischi di prenderti una mattonata in testa.-
Una smorfia divertita comparve sul suo volto mentre tornava a fissarmi. Mi stava silenziosamente chiedendo "Allora è un sì?": sembrava una dodicenne che chiede al padre di rimanere a casa dell'amichetta a dormire.
-Ho diverse camere, te ne puoi scegliere una.-
Lei mi guardò incuriosita.
-Sicuro che non disturbo?-
Scossi il capo.
-No, tengo sempre le camere in ordine nella speranza che qualche bella donna rimanga a dormire da me.- scherzavo ovviamente, ma cercai di non farglielo comprendere: era come se indossassi una maschera sul mio viso, una di quelle in grado di cancellarti anche la minima emozione. In realtà, non ero andato molto lontano dalla verità: non mi reputo la persona più ordinata del mondo, tutt'altro, ma ho una sorta di mania per le camere da letto, specie per quelle che non uso. Cambio spesso le lenzuola e la biancheria anche dei letti che non sono miei, oltre a ripulire le stanze e a farle arieggiare. Ci ho pensato molto su, forse è un modo per sentirmi ancora vicino ai miei genitori, come se dovessero ritornare da un momento all'altro.
-Quanto sei stupido.- disse lei alzandosi in piedi e sistemandosi la felpa. Le forme del suo corpo gonfiavano la stoffa dell'indumento, ma non risultavano volgari, piuttosto stuzzicavano la mia fantasia. Fu in quel momento che realizzai quanto stava accadendo: Lucrezia avrebbe dormito in casa mia.
"Cazzo." risuonò negli anfratti della mia mente. Le mani iniziarono ad essere sudate, il respiro vagamente affannoso, ma per fortuna lei non se ne accorse.
Lasciai le stoviglie dove erano e le feci un cenno, precedendola.
-Vieni, ti mostro un paio di cose.- Salii le scale, sentivo i suoi passi dietro di me, il legno che scricchiolava sotto il nostro peso.
Aprii la prima porta, mostrandole la stanza dove avrebbe dormito.
-Eccola. Questa era di mia sorella.- si era portata via tutto, perciò era rimasto solo un armadio con coperte ed asciugamani ed un grosso letto in mezzo, ad una piazza e mezza.
-Era fissata con i materassi larghi, dormiva nel centro come una regina. Spero tu non senta freddo, troverai delle robe nell'armadio eventualmente.- lei annuì ridendo della mia battuta.
Aprii la stanza successiva, attaccata alla sua: quella era il mio antro. Dentro c'era un tripudio di robe, alcune piuttosto ordinate, altre decisamente gettate alla rinfusa.
-Questa è la mia.- era simile a quella di mia sorella, ma avevo il letto piccolo, che mal si addiceva alla mia stazza. Lei, prontamente, me lo fece notare.
-Scusami eh...ma non possiamo fare a cambio? Te ne stai lì stretto e a me hai lasciato quella con il letto enorme.-
Chiusi la porta di scatto, con forza, ma senza rabbia né stizza. Lo scenario semi apocalittico che si celava dall'altra parte scomparve, divenne di fatto una zona off limits.
-Quella non è la mia stanza.- dissi lapidario.
Sorpassai il terzo uscio, la camera dei miei, e mi diressi verso la porta in fondo.
-Qui c'è il bagno. Apri tutti gli sportelli e gli scaffali che vuoi, prendi quello che ti serve, c'è tutto ciò di cui hai bisogno. Se devi farti una doccia prendi il mio accappatoio, non ne ho un altro. Ah...- mi voltai a guardarla. -Non ci sono creme, balsami, cazzate varie. C'è quello che va bene per tutto.-
-Si chiama docciashampoo...-
-Sì beh, quello che è!- dissi io.
-E' un miracolo tu non sia pelato...- scosse la testa in tono scherzoso. -Ad ogni modo...io sono piuttosto stanca. Non ti dispiace se uso il bagno? Ho bisogno di dormire.-
Annuii in silenzio ed indicai istintivamente la porta in fondo. -La strada ormai la conosci.-
Lei sorrise. Mi guardò per un istante, si morse il labbro inferiore. D'un tratto si alzò sulle punte e mi afferrò la maglia all'altezza del petto, tirandomi a lei. Io mi piegai per ricevere un suo bacio sulla guancia, tra la pelle barbuta. Le sentii quelle labbra: socchiusi leggermente gli occhi mentre lei liberò la stoffa che mi imprigionava il corpo. -Grazie.- sussurrò prima di voltarsi e sparire oltre la porta del bagno.
Non ebbi il tempo di dire niente, mi voltai soltanto ad osservarla allontanarsi e per la prima volta mi soffermai non solo sulla sua anima, che troppe volte avevo divorato guardandola negli occhi, ma sul suo corpo sinuoso che leggiadro si muoveva sul pianerottolo del secondo piano di casa mia. Le sue gambe affusolate, ma piene e toniche erano fasciate da un paio di jeans attillati, che stringevano e sostenevano glutei sodi ed allenati.
Dovetti violentare me stesso per volgere lo sguardo dall'altra parte. Alla fine, quando sparì dietro la porta, decisi di tornarmene al piano di sotto per finire di rassettare e di pulire i piatti.
Impiegai più tempo del previsto, la mente era altrove, più precisamente nel bagno insieme a Lucrezia. Ci stava mettendo parecchio, quindi immaginai fosse sotto la doccia. E di nuovo le immagini iniziarono a galoppare.
Quanto sono stupido, mi dissi più volte. Un uomo con le palle sarebbe andato da lei.
Ma tu non sei un uomo con le palle, mi diceva una vocina nella testa.
Eppure l'avevo dimostrato, avevo dato prova della mia sfacciataggine e della mia sfrontatezza con quell'ameba di Francesco!
Appoggiai il mio corpo stanco sul divano, afferrai la testa tra le mani e cercai di sciogliere i mille rovelli che tempestavano la mia mente.
-Che cazzo, perché è così difficile.- bofonchiai a mezza voce.
Avevo il cuore impazzito, galoppava come un cavallo in corsa con il proprio fantino che si getta contro una schiera di soldati con le lance sguainate. Avevo le idee chiare, io Lucrezia la volevo, era inutile continuare a negarlo. C'era qualcosa in lei che mi intrigava, che mi affascinava, che mi piaceva, e mi sentivo bene quando era nei paraggi. Solo che quell'idea s'ingarbugliava strada facendo, intrecciandosi come il filo di una matassa: non riuscivo a trovare la via per recarmi da lei.
E' quello che si aspetta, continuava a dirmi una parte di me.
Non fare lo stronzo, diceva l'altra. E' ancora scossa da quello che hai combinato, ha bisogno di tempo.
Per quanto mi sforzassi, non c'era soluzione alcuna.
Il silenzio innaturale dell'ambiente, interrotto soltanto dal fragoroso clamore dei miei pensieri, venne squarciato dal rumore della porta del bagno che si aprì. Un attimo dopo sentii dei passi, non erano quelli di un paio di scarpe. I suoi piedi scalzi, sul pavimento del piano superiore, creavano un suono inconfondibile: la vedevo quella pelle nuda appiccicarsi al pavimento, quelle dita probabilmente smaltate muoversi con sapienza per cercare la via della sua camera. Qualche secondo dopo il cigolio della porta della stanza di mia sorella, poi il tonfo che sanciva la sua definitiva chiusura.
Mi sembrava di soffocare. Ammisi a me stesso di essere una frana con le donne, nonostante le mie esperienze passate.
Eppure, non ero mai stato così imbranato da quando mi ero trasferito al Nord, da quando avevo acquisito quel barlume di sicurezza con il mio aspetto rinnovato.
E allora perché? Perché era così con lei? Perché Lucrezia mi faceva quell'effetto?
Il cellulare vibrò all'improvviso, distogliendomi dalla cacofonia delle grida nei meandri della mia testa.
-Notte Rè. E grazie di tutto. Però...-
Però? Che voleva dire ora? Deglutii, il petto si stava letteralmente dilaniando sotto i colpi forsennati del mio cuore. Cazzo, mi stava forse invitando? Mi invitava a passare la notte con lei?
Dovevo risponderle? Dovevo far finta di niente? Che cazzo dovevo fare?
Tuttavia, le dita si stavano muovendo da sole.
-Cosa?- scrissi io semplicemente, meglio rimanere sul vago.
-Però non raccontarmi cazzate. Non ti sei ferito così. Domani voglio la verità.-
Non respirai, morii dentro. Mi aveva steso, ero come un dannatissimo libro aperto. Probabilmente aveva pure capito quanto io la desiderassi.
-Cazzo.- rugii a denti stretti, ormai quella parola era diventata un mantra per me.
-Va bene. Notte.- scrissi.
Quella fu una nottata insonne.
L'ennesima.
Di nuovo.
 

Shamoan

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Chissà se stanotte uno dei due avrà gli incubi...
Essendo la sua insonne, dubito che lui possa aver avuto degli incubi...
@rancu ti rinnovo come sempre i complimenti!!!
Senza offesa, ma con le tue descrizioni, mi stai facendo desiderare Lucrezia, la descrivi con così tanta passione e trasporto che ogni volta mi sembra di vederla davanti al monitor del pc mentre leggo perso nelle tue parole!
 

sormarco

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Non saprei dire quanto tempo rimanemmo in quella posizione, né saprei definire il suo odore, sebbene io sia piuttosto certo di poterlo riconoscere tra una miriade di altri profumi. Era un effluvio particolare che sapeva di fresco, non necessariamente di pulito, bensì di floreale, che ricordava vagamente l'estate.
In quell'abbraccio io mi ero perso completamente. Sentivo le sue mani strapparmi quasi la stoffa della maglia per lo sforzo di rimanermi ancorata, le sue braccia stritolarmi a fatica in quella piacevole morsa.
In quell'abbraccio, io, sarei pure morto volentieri: per me, nel periodo che stavo vivendo, era la pace dei sensi.
Un lampo mi balenò nella mente: in quel preciso istante ammisi a me stesso di essere io ad aver bisogno di lei più di quanto Lucrezia necessitasse della mia presenza. Mi sarei sentito sempre in difetto con quella donna: l'avevo accusata per anni di essere una dei miei carnefici, l'avevo incolpata per un ventennio dei miei problemi, l'avevo odiata per un tempo indefinito per tutti i soprusi subiti.
Quanto tempo impiegai per capire quanto fosse lontana la realtà dalle mie credenze? E quanto a lungo dovevo mentire a me stesso? La verità era semplice: mi piaceva averla intorno. Io adoravo la sua compagnia. Ed era un sollievo sapere che quello schiaffo fosse solo il suo modo per dirmi grazie.
Probabilmente saremmo rimasti in silenzio per sempre se non fosse stato il mio stomaco a parlare. Certe cose non si comandano: avevo una fame infernale, il bisogno primario di cibo si faceva sentire. Quando la pancia brontolò sinistra Lucrezia scoppiò a ridere, alzando lo sguardo nella mia direzione.
Lentamente si sciolse dalla presa e fece un passo indietro rimanendo a fissarmi.
-Beh, ero solo di passaggio...-
-Resta. Non manca mai il cibo qui.- la interruppi io.
-Ma io...- balbettò qualcosa alla rinfusa, capii al volo che la volontà di rimanere fosse reciproca.
-Dai non rompere.- senza attendere una sua risposta andai verso la dispensa ed apparecchiai per due, uno stile piuttosto spartano, senza molti fronzoli.
Ricominciai a cucinare mentre lei si era messa comoda, nessuno dei due intendeva parlare più del dovuto. Era come se le parole avessero un prezzo, tra di noi: perché sprecare fiato quando è possibile giocare con lo sguardo? E quegli sguardi, quelle occhiate, io le sentivo: mi osservava, mi studiava mentre ero ai fornelli, mi squartava la carne per arrivare al nocciolo del mio essere, nel profondo della mia anima. Io non sorridevo, non esprimevo nemmeno la minima emozione, piuttosto ero dannatamente concentrato sulla padella pur di non dargliela vinta.
Mi divertii. E, devo ammetterlo, fu persino eccitante.

La cena fu rapida, parlammo del più e del meno cercando volutamente di non toccare determinati argomenti, quelli che ci avevano ferito fin troppo. Scherzammo, ridemmo, sembravamo quasi amici di vecchia data.
Mi chiese con insistenza come mi ero ferito al braccio ed io mentii spudoratamente, dicendole che avevo infilato il braccio nella finestra rotta per posizionare la tavola di multistrato: probabilmente dovevo essermi tagliato con un vetro rimasto appeso, che io non avevo visto.
Per mia fortuna, sembrò crederci.
Le parlai di Giacomo, del fatto che sarebbe tornato, e lei fu piuttosto felice della mia amicizia ritrovata. Aveva comunque timore che anche lui ce l'avesse con lei, ma io le dissi che gli avrei detto come e quanto erano cambiate le cose. Proposi di farli incontrare ed ottenni un semplice "Vedremo" come risposta.
Erano passate delle ore, si era fatto piuttosto tardi ed iniziai a sparecchiare, ripiombando nel mio consueto silenzio. Mi aspettavo di nuovo di danzare con lei senza nemmeno sfiorarci, se non con gli occhi, ma le mie aspettative s'infransero come un'onda sullo scoglio quando lei aprì bocca.
-Senti Rè...-
Mi voltai di scatto a guardarla con il piatto umido in mano. Ero sorpreso, non mi aspettavo che interrompesse quel teatrino che avevamo creato.
-Mi fa strano dirlo e non voglio nemmeno approfittarmi, però...- si strinse nelle spalle, i suoi smeraldi s'addolcirono come quelli di una bambina.
-Io ho paura di stare da sola. Posso rimanere qui stasera?- pronunciò quella frase con uno sforzo disumano, glielo lessi dall'espressione del volto. Era in evidente stato di imbarazzo, le gote avvamparono, le dita s'intrecciavano tra di loro per il nervosismo. Accavallò le gambe ed abbassò lo sguardo.
-Oh beh, io posso anche dormire sul divano eh. Non ci sono problemi.-
La guardai in un mezzo sorriso.
-Ma sei scema? Rischi di prenderti una mattonata in testa.-
Una smorfia divertita comparve sul suo volto mentre tornava a fissarmi. Mi stava silenziosamente chiedendo "Allora è un sì?": sembrava una dodicenne che chiede al padre di rimanere a casa dell'amichetta a dormire.
-Ho diverse camere, te ne puoi scegliere una.-
Lei mi guardò incuriosita.
-Sicuro che non disturbo?-
Scossi il capo.
-No, tengo sempre le camere in ordine nella speranza che qualche bella donna rimanga a dormire da me.- scherzavo ovviamente, ma cercai di non farglielo comprendere: era come se indossassi una maschera sul mio viso, una di quelle in grado di cancellarti anche la minima emozione. In realtà, non ero andato molto lontano dalla verità: non mi reputo la persona più ordinata del mondo, tutt'altro, ma ho una sorta di mania per le camere da letto, specie per quelle che non uso. Cambio spesso le lenzuola e la biancheria anche dei letti che non sono miei, oltre a ripulire le stanze e a farle arieggiare. Ci ho pensato molto su, forse è un modo per sentirmi ancora vicino ai miei genitori, come se dovessero ritornare da un momento all'altro.
-Quanto sei stupido.- disse lei alzandosi in piedi e sistemandosi la felpa. Le forme del suo corpo gonfiavano la stoffa dell'indumento, ma non risultavano volgari, piuttosto stuzzicavano la mia fantasia. Fu in quel momento che realizzai quanto stava accadendo: Lucrezia avrebbe dormito in casa mia.
"Cazzo." risuonò negli anfratti della mia mente. Le mani iniziarono ad essere sudate, il respiro vagamente affannoso, ma per fortuna lei non se ne accorse.
Lasciai le stoviglie dove erano e le feci un cenno, precedendola.
-Vieni, ti mostro un paio di cose.- Salii le scale, sentivo i suoi passi dietro di me, il legno che scricchiolava sotto il nostro peso.
Aprii la prima porta, mostrandole la stanza dove avrebbe dormito.
-Eccola. Questa era di mia sorella.- si era portata via tutto, perciò era rimasto solo un armadio con coperte ed asciugamani ed un grosso letto in mezzo, ad una piazza e mezza.
-Era fissata con i materassi larghi, dormiva nel centro come una regina. Spero tu non senta freddo, troverai delle robe nell'armadio eventualmente.- lei annuì ridendo della mia battuta.
Aprii la stanza successiva, attaccata alla sua: quella era il mio antro. Dentro c'era un tripudio di robe, alcune piuttosto ordinate, altre decisamente gettate alla rinfusa.
-Questa è la mia.- era simile a quella di mia sorella, ma avevo il letto piccolo, che mal si addiceva alla mia stazza. Lei, prontamente, me lo fece notare.
-Scusami eh...ma non possiamo fare a cambio? Te ne stai lì stretto e a me hai lasciato quella con il letto enorme.-
Chiusi la porta di scatto, con forza, ma senza rabbia né stizza. Lo scenario semi apocalittico che si celava dall'altra parte scomparve, divenne di fatto una zona off limits.
-Quella non è la mia stanza.- dissi lapidario.
Sorpassai il terzo uscio, la camera dei miei, e mi diressi verso la porta in fondo.
-Qui c'è il bagno. Apri tutti gli sportelli e gli scaffali che vuoi, prendi quello che ti serve, c'è tutto ciò di cui hai bisogno. Se devi farti una doccia prendi il mio accappatoio, non ne ho un altro. Ah...- mi voltai a guardarla. -Non ci sono creme, balsami, cazzate varie. C'è quello che va bene per tutto.-
-Si chiama docciashampoo...-
-Sì beh, quello che è!- dissi io.
-E' un miracolo tu non sia pelato...- scosse la testa in tono scherzoso. -Ad ogni modo...io sono piuttosto stanca. Non ti dispiace se uso il bagno? Ho bisogno di dormire.-
Annuii in silenzio ed indicai istintivamente la porta in fondo. -La strada ormai la conosci.-
Lei sorrise. Mi guardò per un istante, si morse il labbro inferiore. D'un tratto si alzò sulle punte e mi afferrò la maglia all'altezza del petto, tirandomi a lei. Io mi piegai per ricevere un suo bacio sulla guancia, tra la pelle barbuta. Le sentii quelle labbra: socchiusi leggermente gli occhi mentre lei liberò la stoffa che mi imprigionava il corpo. -Grazie.- sussurrò prima di voltarsi e sparire oltre la porta del bagno.
Non ebbi il tempo di dire niente, mi voltai soltanto ad osservarla allontanarsi e per la prima volta mi soffermai non solo sulla sua anima, che troppe volte avevo divorato guardandola negli occhi, ma sul suo corpo sinuoso che leggiadro si muoveva sul pianerottolo del secondo piano di casa mia. Le sue gambe affusolate, ma piene e toniche erano fasciate da un paio di jeans attillati, che stringevano e sostenevano glutei sodi ed allenati.
Dovetti violentare me stesso per volgere lo sguardo dall'altra parte. Alla fine, quando sparì dietro la porta, decisi di tornarmene al piano di sotto per finire di rassettare e di pulire i piatti.
Impiegai più tempo del previsto, la mente era altrove, più precisamente nel bagno insieme a Lucrezia. Ci stava mettendo parecchio, quindi immaginai fosse sotto la doccia. E di nuovo le immagini iniziarono a galoppare.
Quanto sono stupido, mi dissi più volte. Un uomo con le palle sarebbe andato da lei.
Ma tu non sei un uomo con le palle, mi diceva una vocina nella testa.
Eppure l'avevo dimostrato, avevo dato prova della mia sfacciataggine e della mia sfrontatezza con quell'ameba di Francesco!
Appoggiai il mio corpo stanco sul divano, afferrai la testa tra le mani e cercai di sciogliere i mille rovelli che tempestavano la mia mente.
-Che cazzo, perché è così difficile.- bofonchiai a mezza voce.
Avevo il cuore impazzito, galoppava come un cavallo in corsa con il proprio fantino che si getta contro una schiera di soldati con le lance sguainate. Avevo le idee chiare, io Lucrezia la volevo, era inutile continuare a negarlo. C'era qualcosa in lei che mi intrigava, che mi affascinava, che mi piaceva, e mi sentivo bene quando era nei paraggi. Solo che quell'idea s'ingarbugliava strada facendo, intrecciandosi come il filo di una matassa: non riuscivo a trovare la via per recarmi da lei.
E' quello che si aspetta, continuava a dirmi una parte di me.
Non fare lo stronzo, diceva l'altra. E' ancora scossa da quello che hai combinato, ha bisogno di tempo.
Per quanto mi sforzassi, non c'era soluzione alcuna.
Il silenzio innaturale dell'ambiente, interrotto soltanto dal fragoroso clamore dei miei pensieri, venne squarciato dal rumore della porta del bagno che si aprì. Un attimo dopo sentii dei passi, non erano quelli di un paio di scarpe. I suoi piedi scalzi, sul pavimento del piano superiore, creavano un suono inconfondibile: la vedevo quella pelle nuda appiccicarsi al pavimento, quelle dita probabilmente smaltate muoversi con sapienza per cercare la via della sua camera. Qualche secondo dopo il cigolio della porta della stanza di mia sorella, poi il tonfo che sanciva la sua definitiva chiusura.
Mi sembrava di soffocare. Ammisi a me stesso di essere una frana con le donne, nonostante le mie esperienze passate.
Eppure, non ero mai stato così imbranato da quando mi ero trasferito al Nord, da quando avevo acquisito quel barlume di sicurezza con il mio aspetto rinnovato.
E allora perché? Perché era così con lei? Perché Lucrezia mi faceva quell'effetto?
Il cellulare vibrò all'improvviso, distogliendomi dalla cacofonia delle grida nei meandri della mia testa.
-Notte Rè. E grazie di tutto. Però...-
Però? Che voleva dire ora? Deglutii, il petto si stava letteralmente dilaniando sotto i colpi forsennati del mio cuore. Cazzo, mi stava forse invitando? Mi invitava a passare la notte con lei?
Dovevo risponderle? Dovevo far finta di niente? Che cazzo dovevo fare?
Tuttavia, le dita si stavano muovendo da sole.
-Cosa?- scrissi io semplicemente, meglio rimanere sul vago.
-Però non raccontarmi cazzate. Non ti sei ferito così. Domani voglio la verità.-
Non respirai, morii dentro. Mi aveva steso, ero come un dannatissimo libro aperto. Probabilmente aveva pure capito quanto io la desiderassi.
-Cazzo.- rugii a denti stretti, ormai quella parola era diventata un mantra per me.
-Va bene. Notte.- scrissi.
Quella fu una nottata insonne.
L'ennesima.
Di nuovo.
stai rischiando di essere sfanculato da francesco se non ti scopi la moglie, lui al tuo posto che avrebbe fatto ?
 

sormarco

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Vabbè sentendosi un maschio alpha, avrebbe scopato anche la propria madre senza curarsi del rispetto di nessuno, a quanto pare sto Francesco si sente onnipotente :cautious:
appunto anche a dover passare da merda che più merda non si può, si potrebbe vantare con rancu di non essere capace neanche a farlo cornuto
 
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rancu

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Sai che non ci ho mai riflettuto? Ed è dannatamente plausibile. Ad averci pensato in quel momento...le scale a due a due!
 

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Essendo la sua insonne, dubito che lui possa aver avuto degli incubi...
@rancu ti rinnovo come sempre i complimenti!!!
Senza offesa, ma con le tue descrizioni, mi stai facendo desiderare Lucrezia, la descrivi con così tanta passione e trasporto che ogni volta mi sembra di vederla davanti al monitor del pc mentre leggo perso nelle tue parole!
Ma come scusa è sempre.buona
 

Shamoan

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appunto anche a dover passare da merda che più merda non si può, si potrebbe vantare con rancu di non essere capace neanche a farlo cornuto
Cazzo, per quanto possa sembrare assurdo, hai perfettamente ragione porca miseria :eek:
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Sai che non ci ho mai riflettuto? Ed è dannatamente plausibile. Ad averci pensato in quel momento...le scale a due a due!
Ci hai spoilerato il seguito con Lucrezia....
 

camillavv

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Non saprei dire quanto tempo rimanemmo in quella posizione, né saprei definire il suo odore, sebbene io sia piuttosto certo di poterlo riconoscere tra una miriade di altri profumi. Era un effluvio particolare che sapeva di fresco, non necessariamente di pulito, bensì di floreale, che ricordava vagamente l'estate.
In quell'abbraccio io mi ero perso completamente. Sentivo le sue mani strapparmi quasi la stoffa della maglia per lo sforzo di rimanermi ancorata, le sue braccia stritolarmi a fatica in quella piacevole morsa.
In quell'abbraccio, io, sarei pure morto volentieri: per me, nel periodo che stavo vivendo, era la pace dei sensi.
Un lampo mi balenò nella mente: in quel preciso istante ammisi a me stesso di essere io ad aver bisogno di lei più di quanto Lucrezia necessitasse della mia presenza. Mi sarei sentito sempre in difetto con quella donna: l'avevo accusata per anni di essere una dei miei carnefici, l'avevo incolpata per un ventennio dei miei problemi, l'avevo odiata per un tempo indefinito per tutti i soprusi subiti.
Quanto tempo impiegai per capire quanto fosse lontana la realtà dalle mie credenze? E quanto a lungo dovevo mentire a me stesso? La verità era semplice: mi piaceva averla intorno. Io adoravo la sua compagnia. Ed era un sollievo sapere che quello schiaffo fosse solo il suo modo per dirmi grazie.
Probabilmente saremmo rimasti in silenzio per sempre se non fosse stato il mio stomaco a parlare. Certe cose non si comandano: avevo una fame infernale, il bisogno primario di cibo si faceva sentire. Quando la pancia brontolò sinistra Lucrezia scoppiò a ridere, alzando lo sguardo nella mia direzione.
Lentamente si sciolse dalla presa e fece un passo indietro rimanendo a fissarmi.
-Beh, ero solo di passaggio...-
-Resta. Non manca mai il cibo qui.- la interruppi io.
-Ma io...- balbettò qualcosa alla rinfusa, capii al volo che la volontà di rimanere fosse reciproca.
-Dai non rompere.- senza attendere una sua risposta andai verso la dispensa ed apparecchiai per due, uno stile piuttosto spartano, senza molti fronzoli.
Ricominciai a cucinare mentre lei si era messa comoda, nessuno dei due intendeva parlare più del dovuto. Era come se le parole avessero un prezzo, tra di noi: perché sprecare fiato quando è possibile giocare con lo sguardo? E quegli sguardi, quelle occhiate, io le sentivo: mi osservava, mi studiava mentre ero ai fornelli, mi squartava la carne per arrivare al nocciolo del mio essere, nel profondo della mia anima. Io non sorridevo, non esprimevo nemmeno la minima emozione, piuttosto ero dannatamente concentrato sulla padella pur di non dargliela vinta.
Mi divertii. E, devo ammetterlo, fu persino eccitante.

La cena fu rapida, parlammo del più e del meno cercando volutamente di non toccare determinati argomenti, quelli che ci avevano ferito fin troppo. Scherzammo, ridemmo, sembravamo quasi amici di vecchia data.
Mi chiese con insistenza come mi ero ferito al braccio ed io mentii spudoratamente, dicendole che avevo infilato il braccio nella finestra rotta per posizionare la tavola di multistrato: probabilmente dovevo essermi tagliato con un vetro rimasto appeso, che io non avevo visto.
Per mia fortuna, sembrò crederci.
Le parlai di Giacomo, del fatto che sarebbe tornato, e lei fu piuttosto felice della mia amicizia ritrovata. Aveva comunque timore che anche lui ce l'avesse con lei, ma io le dissi che gli avrei detto come e quanto erano cambiate le cose. Proposi di farli incontrare ed ottenni un semplice "Vedremo" come risposta.
Erano passate delle ore, si era fatto piuttosto tardi ed iniziai a sparecchiare, ripiombando nel mio consueto silenzio. Mi aspettavo di nuovo di danzare con lei senza nemmeno sfiorarci, se non con gli occhi, ma le mie aspettative s'infransero come un'onda sullo scoglio quando lei aprì bocca.
-Senti Rè...-
Mi voltai di scatto a guardarla con il piatto umido in mano. Ero sorpreso, non mi aspettavo che interrompesse quel teatrino che avevamo creato.
-Mi fa strano dirlo e non voglio nemmeno approfittarmi, però...- si strinse nelle spalle, i suoi smeraldi s'addolcirono come quelli di una bambina.
-Io ho paura di stare da sola. Posso rimanere qui stasera?- pronunciò quella frase con uno sforzo disumano, glielo lessi dall'espressione del volto. Era in evidente stato di imbarazzo, le gote avvamparono, le dita s'intrecciavano tra di loro per il nervosismo. Accavallò le gambe ed abbassò lo sguardo.
-Oh beh, io posso anche dormire sul divano eh. Non ci sono problemi.-
La guardai in un mezzo sorriso.
-Ma sei scema? Rischi di prenderti una mattonata in testa.-
Una smorfia divertita comparve sul suo volto mentre tornava a fissarmi. Mi stava silenziosamente chiedendo "Allora è un sì?": sembrava una dodicenne che chiede al padre di rimanere a casa dell'amichetta a dormire.
-Ho diverse camere, te ne puoi scegliere una.-
Lei mi guardò incuriosita.
-Sicuro che non disturbo?-
Scossi il capo.
-No, tengo sempre le camere in ordine nella speranza che qualche bella donna rimanga a dormire da me.- scherzavo ovviamente, ma cercai di non farglielo comprendere: era come se indossassi una maschera sul mio viso, una di quelle in grado di cancellarti anche la minima emozione. In realtà, non ero andato molto lontano dalla verità: non mi reputo la persona più ordinata del mondo, tutt'altro, ma ho una sorta di mania per le camere da letto, specie per quelle che non uso. Cambio spesso le lenzuola e la biancheria anche dei letti che non sono miei, oltre a ripulire le stanze e a farle arieggiare. Ci ho pensato molto su, forse è un modo per sentirmi ancora vicino ai miei genitori, come se dovessero ritornare da un momento all'altro.
-Quanto sei stupido.- disse lei alzandosi in piedi e sistemandosi la felpa. Le forme del suo corpo gonfiavano la stoffa dell'indumento, ma non risultavano volgari, piuttosto stuzzicavano la mia fantasia. Fu in quel momento che realizzai quanto stava accadendo: Lucrezia avrebbe dormito in casa mia.
"Cazzo." risuonò negli anfratti della mia mente. Le mani iniziarono ad essere sudate, il respiro vagamente affannoso, ma per fortuna lei non se ne accorse.
Lasciai le stoviglie dove erano e le feci un cenno, precedendola.
-Vieni, ti mostro un paio di cose.- Salii le scale, sentivo i suoi passi dietro di me, il legno che scricchiolava sotto il nostro peso.
Aprii la prima porta, mostrandole la stanza dove avrebbe dormito.
-Eccola. Questa era di mia sorella.- si era portata via tutto, perciò era rimasto solo un armadio con coperte ed asciugamani ed un grosso letto in mezzo, ad una piazza e mezza.
-Era fissata con i materassi larghi, dormiva nel centro come una regina. Spero tu non senta freddo, troverai delle robe nell'armadio eventualmente.- lei annuì ridendo della mia battuta.
Aprii la stanza successiva, attaccata alla sua: quella era il mio antro. Dentro c'era un tripudio di robe, alcune piuttosto ordinate, altre decisamente gettate alla rinfusa.
-Questa è la mia.- era simile a quella di mia sorella, ma avevo il letto piccolo, che mal si addiceva alla mia stazza. Lei, prontamente, me lo fece notare.
-Scusami eh...ma non possiamo fare a cambio? Te ne stai lì stretto e a me hai lasciato quella con il letto enorme.-
Chiusi la porta di scatto, con forza, ma senza rabbia né stizza. Lo scenario semi apocalittico che si celava dall'altra parte scomparve, divenne di fatto una zona off limits.
-Quella non è la mia stanza.- dissi lapidario.
Sorpassai il terzo uscio, la camera dei miei, e mi diressi verso la porta in fondo.
-Qui c'è il bagno. Apri tutti gli sportelli e gli scaffali che vuoi, prendi quello che ti serve, c'è tutto ciò di cui hai bisogno. Se devi farti una doccia prendi il mio accappatoio, non ne ho un altro. Ah...- mi voltai a guardarla. -Non ci sono creme, balsami, cazzate varie. C'è quello che va bene per tutto.-
-Si chiama docciashampoo...-
-Sì beh, quello che è!- dissi io.
-E' un miracolo tu non sia pelato...- scosse la testa in tono scherzoso. -Ad ogni modo...io sono piuttosto stanca. Non ti dispiace se uso il bagno? Ho bisogno di dormire.-
Annuii in silenzio ed indicai istintivamente la porta in fondo. -La strada ormai la conosci.-
Lei sorrise. Mi guardò per un istante, si morse il labbro inferiore. D'un tratto si alzò sulle punte e mi afferrò la maglia all'altezza del petto, tirandomi a lei. Io mi piegai per ricevere un suo bacio sulla guancia, tra la pelle barbuta. Le sentii quelle labbra: socchiusi leggermente gli occhi mentre lei liberò la stoffa che mi imprigionava il corpo. -Grazie.- sussurrò prima di voltarsi e sparire oltre la porta del bagno.
Non ebbi il tempo di dire niente, mi voltai soltanto ad osservarla allontanarsi e per la prima volta mi soffermai non solo sulla sua anima, che troppe volte avevo divorato guardandola negli occhi, ma sul suo corpo sinuoso che leggiadro si muoveva sul pianerottolo del secondo piano di casa mia. Le sue gambe affusolate, ma piene e toniche erano fasciate da un paio di jeans attillati, che stringevano e sostenevano glutei sodi ed allenati.
Dovetti violentare me stesso per volgere lo sguardo dall'altra parte. Alla fine, quando sparì dietro la porta, decisi di tornarmene al piano di sotto per finire di rassettare e di pulire i piatti.
Impiegai più tempo del previsto, la mente era altrove, più precisamente nel bagno insieme a Lucrezia. Ci stava mettendo parecchio, quindi immaginai fosse sotto la doccia. E di nuovo le immagini iniziarono a galoppare.
Quanto sono stupido, mi dissi più volte. Un uomo con le palle sarebbe andato da lei.
Ma tu non sei un uomo con le palle, mi diceva una vocina nella testa.
Eppure l'avevo dimostrato, avevo dato prova della mia sfacciataggine e della mia sfrontatezza con quell'ameba di Francesco!
Appoggiai il mio corpo stanco sul divano, afferrai la testa tra le mani e cercai di sciogliere i mille rovelli che tempestavano la mia mente.
-Che cazzo, perché è così difficile.- bofonchiai a mezza voce.
Avevo il cuore impazzito, galoppava come un cavallo in corsa con il proprio fantino che si getta contro una schiera di soldati con le lance sguainate. Avevo le idee chiare, io Lucrezia la volevo, era inutile continuare a negarlo. C'era qualcosa in lei che mi intrigava, che mi affascinava, che mi piaceva, e mi sentivo bene quando era nei paraggi. Solo che quell'idea s'ingarbugliava strada facendo, intrecciandosi come il filo di una matassa: non riuscivo a trovare la via per recarmi da lei.
E' quello che si aspetta, continuava a dirmi una parte di me.
Non fare lo stronzo, diceva l'altra. E' ancora scossa da quello che hai combinato, ha bisogno di tempo.
Per quanto mi sforzassi, non c'era soluzione alcuna.
Il silenzio innaturale dell'ambiente, interrotto soltanto dal fragoroso clamore dei miei pensieri, venne squarciato dal rumore della porta del bagno che si aprì. Un attimo dopo sentii dei passi, non erano quelli di un paio di scarpe. I suoi piedi scalzi, sul pavimento del piano superiore, creavano un suono inconfondibile: la vedevo quella pelle nuda appiccicarsi al pavimento, quelle dita probabilmente smaltate muoversi con sapienza per cercare la via della sua camera. Qualche secondo dopo il cigolio della porta della stanza di mia sorella, poi il tonfo che sanciva la sua definitiva chiusura.
Mi sembrava di soffocare. Ammisi a me stesso di essere una frana con le donne, nonostante le mie esperienze passate.
Eppure, non ero mai stato così imbranato da quando mi ero trasferito al Nord, da quando avevo acquisito quel barlume di sicurezza con il mio aspetto rinnovato.
E allora perché? Perché era così con lei? Perché Lucrezia mi faceva quell'effetto?
Il cellulare vibrò all'improvviso, distogliendomi dalla cacofonia delle grida nei meandri della mia testa.
-Notte Rè. E grazie di tutto. Però...-
Però? Che voleva dire ora? Deglutii, il petto si stava letteralmente dilaniando sotto i colpi forsennati del mio cuore. Cazzo, mi stava forse invitando? Mi invitava a passare la notte con lei?
Dovevo risponderle? Dovevo far finta di niente? Che cazzo dovevo fare?
Tuttavia, le dita si stavano muovendo da sole.
-Cosa?- scrissi io semplicemente, meglio rimanere sul vago.
-Però non raccontarmi cazzate. Non ti sei ferito così. Domani voglio la verità.-
Non respirai, morii dentro. Mi aveva steso, ero come un dannatissimo libro aperto. Probabilmente aveva pure capito quanto io la desiderassi.
-Cazzo.- rugii a denti stretti, ormai quella parola era diventata un mantra per me.
-Va bene. Notte.- scrissi.
Quella fu una nottata insonne.
L'ennesima.
Di nuovo.
Bello intrigante esaustivo e profondo!
 
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rancu

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scusate il tremendo ritardo ragazzi, ho avuto un periodo complicato, condito pure dall'influenza, tanto per non farsi mancare nulla. Inoltre, ho faticato parecchio a scrivere i due capitoli che vi lascio di seguito. Ho rivissuto nella mente un episodio particolarmente difficile da digerire. Raccontarvelo, tuttavia, è stato abbastanza liberatorio.

8.6

Ho sempre avuto una pessima calligrafia.
Per questo motivo non mi sorprese il messaggio che Lucrezia mi mandò la mattina seguente. Aveva una foto, in allegato, un'immagine del biglietto che le avevo lasciato.
-Si può sapere che hai scritto?-
Me ne ero andato all'alba. Per quanto avessi voluto rivederla, mi infastidiva doverle parlare della mia ferita al braccio. Non volevo farle conoscere le mie debolezze, o probabilmente non volevo farle ricordare a me stesso.
Al sorgere del sole presi le mie cose e andai ad osservare le placide acque del lago, non prima di averle lasciato quelle due righe scritte su di un foglio lasciato sul tavolo.
Avrei potuto scriverle un messaggio al cellulare, ma avrei rischiato di svegliarla. In più, ho una certa mania per i manufatti con la mia grafia illeggibile.
-C'è scritto "Prendi quello che ti pare per colazione. Chiudi la porta quando te ne vai." aggiungo che puoi aprire tutti i cassetti che vuoi, c'è più o meno tutto in casa da mangiare.- le risposi dopo qualche minuto.
Di tutto questo, si soffermò su un'unica cosa.
-Perché, vuoi che me ne vada?-
Sinceramente mi spiazzò. Non sapevo cosa risponderle, l'avevo dato per scontato, e non perché mi infastidisse la sua presenza. Presi tempo, decidendo di far pace con il cervello.
-No, avevo immaginato che tornassi a casa. Rimani quanto vuoi.-
Lucrezia visualizzò, ma non si fece più sentire per tutta la mattina. Stranamente non iniziarono le mie solite paranoie: non mi chiedevo il perché di quel silenzio, o se avessi detto qualcosa di sbagliato. Avevo voglia di pace, quel giorno, e avrei fatto di tutto per godermi l'atmosfera. In cuor mio, inoltre, sapevo che il rapporto con quella donna si era consolidato, in un certo senso, e non potevo credere che si fosse arrabbiata per così poco. Insomma, pian piano stavo ritrovando quella sicurezza che credevo di aver smarrito. E cosa ancor più importante, stavo cominciando a fidarmi di qualcuno.
Respirai a fondo l'aria pulita di quel posto silenzioso, ero talmente calmo che le palpebre iniziavano a chiudersi dopo la notte insonne che avevo passato. Sorridevo, mi mancava quella serenità che tanto avevo ricercato.
Mi tornò in mente Giacomo, in quel momento: ci bagnavamo sempre i piedi nelle rive del lago, niente era cambiato da allora. Non c'era più la corda legata all'albero sulla quale ci arrampicavamo da ragazzini, né l'altalena appesa al ramo che utilizzavamo per dondolarci fino allo sfinimento. Tutto il resto, però, mi parlava di lui. istintivamente presi il cellulare e gli scrissi un messaggio mandandogli una foto del posto, cercando di immortalare non solo le acque che si increspavano poco lontane da me, ma pure quell'arbusto che, con dirompente fierezza, era riuscito a sopravvivere senza un graffio alle fameliche spire del tempo.
-Te lo ricordi? Ci venivamo sempre da ragazzini. Si sta bene come una volta qui.-
Giacomo rispose quasi subito, un evento più unico che raro.
-Il nostro posto!- scrisse entusiasta. -Me lo ricordo sì! C'è ancora l'altalena?-
Scossi la testa sorridendo, come se lui potesse vedermi. -No, qualcuno l'ha tolta. Ma l'atmosfera è ancora la stessa.-
-Ci credo.- disse lui. -ci torneremo! Mi manca respirare un pò d'aria pulita!-
Di nuovo una smorfia sul mio volto, quello che normalmente viene chiamato sorriso.
Iniziavo a credere che niente avrebbe potuto interrompere quel piccolo istante di quiete.
E diamine, quanto mi sbagliavo...



8.7

Quel dannato lampione continuava a proiettare la mia ombra come altre volte aveva fatto quando ero stato da lei. Tra le tenebre, protetto dalle mura di due case, osservavo la scena a distanza, nascosto nella notte come il più temibile dei ladri.
Sospirai diverse volte, ero tremendamente nervoso: più mi guardavo intorno più mi sembrava di stare dentro un film. In meno di mezza giornata ero passato dall'atmosfera bucolica del lago al mattino a quell'oscura selva fatta d'asfalto, mura e lampioni che gracchiavano luce intermittente, tanto per far aumentare quell'ansia che mi accompagnava sempre come una leale amica.
Avevo ricevuto il suo messaggio alle due del pomeriggio, quando ormai ero rientrato in casa e avevo fatto una lunga doccia. Stavo quasi per rilassarmi sul divano quando il cellulare ronzò di nuovo.
-Francesco vuole vedermi stasera.-
Quelle quattro parole mi uccisero.
-Vengo con te.- risposi io meccanicamente. Mentre scrivevo quella frase, percepivo la mia pace interiore andare in frantumi come il più economico degli specchi.
-Vuole vedermi da sola.-
-Me ne starò in disparte, non mi fido di lui.-
Alla fine lei accettò, fissò l'appuntamento davanti casa sua ed io non feci altro che imprecare e dannarmi per tutto il pomeriggio.
Ed ora ero lì, un tutt'uno con le tenebre, ad osservare da lontano la BMW parcheggiata davanti la loro casa. Vedevo le sagome di Lucrezia e di Francesco all'interno dell'abitacolo, tutto sembrava in perfetto ordine.
Respiravo con affanno crescente, anche se una parte di me continuava a ripetere che sarebbe andato tutto bene, che non ci sarebbe stato bisogno di un mio intervento. Andiamo, mi dicevo, avrà capito la lezione. Magari vuole chiederle scusa, o vorrà ricucire il rapporto. Per quanto la cosa non mi andasse a genio, mi rendevo conto che io non ero portato per quelle cose: non ero una guardia del corpo né tantomeno un investigatore segreto. Che diavolo ci facevo lì? Mi appoggiai alla parete della casa vicino, lasciai cadere la nuca sul muro dietro le mie spalle. Di nuovo, un profondo sospiro animò il mio petto: le stelle, sopra di me, puntellavano un cielo scuro, assolutamente privo di nubi.
Mi voltai nuovamente ad osservare la macchina, vedevo moglie e marito discutere tra di loro. Sembrava tutto a posto, quando mi resi conto che il loro modo di gesticolare si faceva via via più animato.
Il cuore iniziò a battere più veloce, la paura cominciava ad attanagliarmi. Vedevo Francesco gesticolare, Lucrezia sembrava invece alzare la voce, benché io non potessi sentirla.
Pregai che la discussione finisse lì, sperai che lecose non degenerassero, e di nuovo, in una manciata di secondi, mi resi conto di quanto le mie speranze fossero esigue: avrebbe avuto più probabilità di sopravvivere un castello di carta in mezzo ad un tornado.
Fu come un lampo, un movimento repentino, ce l'ho ancora stampato nella mente. Vidi la mano di Francesco muoversi velocemente, impattare sul volto di Lucrezia, per poi finire sulla sua maglia e strattonarla in avanti, contro il cruscotto. La donna cercò di difendersi come meglio poteva, ma in un attimo il marito le fu sopra, nel tentativo di sopraffarla.
Il rollio di una valanga, il rombo del tuono, il fragore della roccia che si spacca, ecco quello che percepivo nella mia mente. La mia razionalità venne frantumata dalla rabbia, la paura soverchiata dall'ira, l'ansia disintegrata dalla voglia di intervenire, di fargliela pagare.
C'era evidentemente un errore di connessione tra il mio corpo e la mia testa: mi accorsi che le mie gambe si stavano mettendo in moto quando già i miei occhi vedevano la mano sulla maniglia della portiera.
Come un forsennato spalancai lo sportello della macchina, infilai dentro il busto ed afferrai l'uomo per la maglia, tirandolo con forza verso l'esterno. Francesco cercò di divincolarsi, Lucrezia gridò il mio nome, e non seppi mai se per ringraziarmi o per pregarmi di andarci piano.
Rivoltai quel corpo flaccido e lo feci sbattere contro la sua stessa macchina, sferrando un violento pugno sul suo ventre gonfio. L'uomo si piegò su se stesso, poggiando la faccia sulla mia spalla mentre rantolava dal dolore. Di nuovo, strinsi il colletto del suo maglione e lo spinsi via, facendolo ruzzolare a terra. Si aflosciò a terra come un sacco di patate, lamentandosi del colpo subito e della rovinosa caduta. Io non ci vedevo più, l'aveva toccata di nuovo nonostante le mie minacce, ed ora ritenevo fosse giunta l'ora di fargliela pagare per tutto. Mi gettai su di lui mettendomi a cavalcioni sul suo corpo. Lo feci voltare e decisi che volevo mi guardasse in faccia mentre gliele suonavo di santa ragione. MA quando lui riaprì gli occhi vidi troppo tardi il suo sadico sorriso.
-Illuso.- mormorò tra i denti.
Non diedi peso alle sue parole, in quel momento...ma ad oggi, fu un dannato errore di valutazione. Preso dalla cieca rabbia, non sentii i passi che di corsa si avvicinavano né le grida di Lucrezia che cercava di avvertirmi. Mi resi conto della loro ombra quando ormai erano ad un passo da me, feci appena in tempo a voltarmi e li vidi, entrambi con un grosso bastone. -Cazzo!- bofonchiai alzando le braccia per proteggermi il volto. Realizzai in quell'istante che Francesc, di nuovo, mi aveva fregato: aveva pianificato tutto, mi aveva teso una trappola. Ed io ci ero cascato in pieno.
Dimostrò, ancora una volta, di essere un dannato calcolatore e di essere sempre un passo avanti rispetto agli altri.
Non riuscii ad evitare di venir colpito. Cercai in tutti i modi di rannicchiarmi, di proteggere il viso tra spalle e mani, tentando in tutti i modi di limitare i danni. Rotolai via dal corpo di Francesco, ancora sofferente per il colpo subito, e riuscii in qualche modo a chiudermi a riccio, mentre sentivo i bastoni colpire la mia carne rpetutamente. Il dolore era forte, ma mi rendevo conto che quei due erano disperati tanto quanto me: fossero stati dei professionisti avrei di sicuro subito danni maggiori. Invece capii che avevano paura: quello era un quartiere tranquillo, ma abitato, ed il timore di venir riconosciuti si faceva sentire a giudcare dai loro colpi imprecisi. Tuttavia, la selva che mi arrivò fu abbastanza per farmi provare paura: successe tutto in una manciata di secondi, ma la percezione fu quella di un'intera ora di percosse. Per quanto cercassi di divincolarmi, non riuscivo a trovare il bandolo della matassa: alzare un braccio o sciogliermi dal bozzolo che mi ero creato significava scoprire un punto vitale, andando incontro a serie ripercussioni. Per quanto una parte di me fosse terrorizzata dall'accaduto, una minima percentuale del mio cervello stava godendo per quel trattamento: in un certo senso, con un sadismo che ancora non riesco a comprendere, il dolore mi faceva sentire vivo. Perché avevo quelle sensazioni? Perché il timore di lasciarci le penne si mescolava con il piacere di sentire il mio corpo martoriato? Chi diavolo ero io? Uno scherzo della natura forse? O un pazzo, un folle, che si innamora dei propri aguzzini secondo il più classico dei cliché? Domande, rovelli, sensazioni diverse mi vorticavano in mente. E nel frattempo, il mio corpo iniziava ad essere tutto un dolore. Non potevo far nulla, dovevo solo attendere e sperare che smettessero in fretta.
Sentii Francesco rantolare e capii che stava cercando di rialzarsi. Sentivo i suoi occhi addosso pur senza vederlo, percepivo il suo sorrisetto soddisfatto e mi maledivo per non avergli dato un pugno in più. Dopo attimi interminabili, in cui chiaramente si stava godendo il mio pestaggio, quell'omuncolo da quattro soldi intimò gli altri di andarsene, dicendo che avevo avuto ciò che mi meritavo. Fu solo allora che quella regolazione di conti cessò, lasciandomi il tempo di respirare di nuovo.
Come detto, sembrò durare ore, ma passò giusto un paio di minuti.
In quel quartiere nessuno parlò, nessuno disse nulla. Non potevo di certo stupirmi della questione: il mio non era stato il primo pestaggio, tantomeno l'ultimo.
Quando fui sicuro di essere rimasto da solo allentai i miei muscoli, cercando di rilassarmi un attimo. Guardavo lo stesso cielo di prima, che ora sembrava piangere per me. Mi voltai, vidi la macchina di Francesco rimasta sul vialetto, di lui e gli altri due nessuna traccia. Lucrezia mi corse incontro piangendo, versava lacrime amare per avermi messo in quel casino. Mi tirai su con fatica, iniziavo a rendermi conto dei danni subiti: l'avambraccio ferito era di nuovo sanguinante, facevo inoltre fatica a stringere la mano destra. Sentivo un fastidioso ronzio all'orecchio sinistro e dallo stesso lato sembrava che l'occhio fosse coperto da una serie di moscerini, piccole palline trasparenti che vorticavano tutt'intorno.
La donna mi venne incontro disperata, aveva la maglia strappata, il reggiseno in bella vista. Fu la prima volta che la vidi mezza nuda, che ironia della sorte. Dovevo essere pestato a sangue per arrivare a tanto.
Lei scosse la testa tentando di farmi rialzare, ma per fortuna le gambe erano sane e il corpo aveva soltanto una quantità smisurata di lividi, ma niente di rotto.
-Sbrigati, andiamo dentro!- disse lei.
Cercò di sorreggermi e nel farlo fece passare il mio braccio intorno al suo corpo. La mia mano scivolò e toccai la sua carne. Nonostante le dita rotte (lo scoprii successivamente), ricordo ancora quel contatto: la sua pelle fremeva, i suoi muscoli erano tesi per lo sforzo di sorreggermi. Sorrisi senza farmi vedere, sforzandomi di sopportare il dolore al volto, vagamente tumefatto. L'avevo toccata, l'avevo fatto: avrei voluto essere pestato di nuovo solo per poter rivivere quel momento. Dannazione, quella donna mandava in frantumi il mio spirito. Stavo rischiando tutto per lei, e non sapevo nemmeno il perché. E quel dolore, quelle sofferenze, mi piacevano se intorno avevo lei. Riuscivo a camminare da solo, ma un pò, lo ammetto, me ne approfittai: era la prima volta che una donna si prendeva cura di me. E di quella donna, che tante ne aveva passate, volevo tutte le attenzioni possibili.


Di quel pestaggio, porto ancora oggi le conseguenze. L'orecchio sinistro ha subito un forte trauma e da quel lato, in soldoni, ho perso parecchio udito. L'occhio sinistro, invece, l'avevo lasciato stare inizialmente, ma poi svolgendo un paio di lavori fisici ho visto come un forte lampo, con conseguente velo opaco che mi impediva di vedere al meglio. Diagnosticato un distacco di retina con conseguente operazione, ad oggi ho 5 gradi su 10 da quella parte. Alla mano destra ho subito la rottura di indice e medio e la rottura dei legamenti dell'anulare, ma non mi sono fatto operare, recuperando nel tempo quasi il 100% della mobilità. La ferita all'avambraccio peggiorò e alla fine, sotto le insistenze di Lucrezia, andai al pronto soccorso per farmi ricucire (8 punti.)
Di quel pestaggio nessuno disse niente, nessuno parlò. Nemmeno il sottoscritto, tantomeno Lucrezia. Di fatto, voi e la mia psicologa siete gli unici a cui l'ho raccontato spontaneamente.
 

timassaggio

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scusate il tremendo ritardo ragazzi, ho avuto un periodo complicato, condito pure dall'influenza, tanto per non farsi mancare nulla. Inoltre, ho faticato parecchio a scrivere i due capitoli che vi lascio di seguito. Ho rivissuto nella mente un episodio particolarmente difficile da digerire. Raccontarvelo, tuttavia, è stato abbastanza liberatorio.

8.6

Ho sempre avuto una pessima calligrafia.
Per questo motivo non mi sorprese il messaggio che Lucrezia mi mandò la mattina seguente. Aveva una foto, in allegato, un'immagine del biglietto che le avevo lasciato.
-Si può sapere che hai scritto?-
Me ne ero andato all'alba. Per quanto avessi voluto rivederla, mi infastidiva doverle parlare della mia ferita al braccio. Non volevo farle conoscere le mie debolezze, o probabilmente non volevo farle ricordare a me stesso.
Al sorgere del sole presi le mie cose e andai ad osservare le placide acque del lago, non prima di averle lasciato quelle due righe scritte su di un foglio lasciato sul tavolo.
Avrei potuto scriverle un messaggio al cellulare, ma avrei rischiato di svegliarla. In più, ho una certa mania per i manufatti con la mia grafia illeggibile.
-C'è scritto "Prendi quello che ti pare per colazione. Chiudi la porta quando te ne vai." aggiungo che puoi aprire tutti i cassetti che vuoi, c'è più o meno tutto in casa da mangiare.- le risposi dopo qualche minuto.
Di tutto questo, si soffermò su un'unica cosa.
-Perché, vuoi che me ne vada?-
Sinceramente mi spiazzò. Non sapevo cosa risponderle, l'avevo dato per scontato, e non perché mi infastidisse la sua presenza. Presi tempo, decidendo di far pace con il cervello.
-No, avevo immaginato che tornassi a casa. Rimani quanto vuoi.-
Lucrezia visualizzò, ma non si fece più sentire per tutta la mattina. Stranamente non iniziarono le mie solite paranoie: non mi chiedevo il perché di quel silenzio, o se avessi detto qualcosa di sbagliato. Avevo voglia di pace, quel giorno, e avrei fatto di tutto per godermi l'atmosfera. In cuor mio, inoltre, sapevo che il rapporto con quella donna si era consolidato, in un certo senso, e non potevo credere che si fosse arrabbiata per così poco. Insomma, pian piano stavo ritrovando quella sicurezza che credevo di aver smarrito. E cosa ancor più importante, stavo cominciando a fidarmi di qualcuno.
Respirai a fondo l'aria pulita di quel posto silenzioso, ero talmente calmo che le palpebre iniziavano a chiudersi dopo la notte insonne che avevo passato. Sorridevo, mi mancava quella serenità che tanto avevo ricercato.
Mi tornò in mente Giacomo, in quel momento: ci bagnavamo sempre i piedi nelle rive del lago, niente era cambiato da allora. Non c'era più la corda legata all'albero sulla quale ci arrampicavamo da ragazzini, né l'altalena appesa al ramo che utilizzavamo per dondolarci fino allo sfinimento. Tutto il resto, però, mi parlava di lui. istintivamente presi il cellulare e gli scrissi un messaggio mandandogli una foto del posto, cercando di immortalare non solo le acque che si increspavano poco lontane da me, ma pure quell'arbusto che, con dirompente fierezza, era riuscito a sopravvivere senza un graffio alle fameliche spire del tempo.
-Te lo ricordi? Ci venivamo sempre da ragazzini. Si sta bene come una volta qui.-
Giacomo rispose quasi subito, un evento più unico che raro.
-Il nostro posto!- scrisse entusiasta. -Me lo ricordo sì! C'è ancora l'altalena?-
Scossi la testa sorridendo, come se lui potesse vedermi. -No, qualcuno l'ha tolta. Ma l'atmosfera è ancora la stessa.-
-Ci credo.- disse lui. -ci torneremo! Mi manca respirare un pò d'aria pulita!-
Di nuovo una smorfia sul mio volto, quello che normalmente viene chiamato sorriso.
Iniziavo a credere che niente avrebbe potuto interrompere quel piccolo istante di quiete.
E diamine, quanto mi sbagliavo...



8.7

Quel dannato lampione continuava a proiettare la mia ombra come altre volte aveva fatto quando ero stato da lei. Tra le tenebre, protetto dalle mura di due case, osservavo la scena a distanza, nascosto nella notte come il più temibile dei ladri.
Sospirai diverse volte, ero tremendamente nervoso: più mi guardavo intorno più mi sembrava di stare dentro un film. In meno di mezza giornata ero passato dall'atmosfera bucolica del lago al mattino a quell'oscura selva fatta d'asfalto, mura e lampioni che gracchiavano luce intermittente, tanto per far aumentare quell'ansia che mi accompagnava sempre come una leale amica.
Avevo ricevuto il suo messaggio alle due del pomeriggio, quando ormai ero rientrato in casa e avevo fatto una lunga doccia. Stavo quasi per rilassarmi sul divano quando il cellulare ronzò di nuovo.
-Francesco vuole vedermi stasera.-
Quelle quattro parole mi uccisero.
-Vengo con te.- risposi io meccanicamente. Mentre scrivevo quella frase, percepivo la mia pace interiore andare in frantumi come il più economico degli specchi.
-Vuole vedermi da sola.-
-Me ne starò in disparte, non mi fido di lui.-
Alla fine lei accettò, fissò l'appuntamento davanti casa sua ed io non feci altro che imprecare e dannarmi per tutto il pomeriggio.
Ed ora ero lì, un tutt'uno con le tenebre, ad osservare da lontano la BMW parcheggiata davanti la loro casa. Vedevo le sagome di Lucrezia e di Francesco all'interno dell'abitacolo, tutto sembrava in perfetto ordine.
Respiravo con affanno crescente, anche se una parte di me continuava a ripetere che sarebbe andato tutto bene, che non ci sarebbe stato bisogno di un mio intervento. Andiamo, mi dicevo, avrà capito la lezione. Magari vuole chiederle scusa, o vorrà ricucire il rapporto. Per quanto la cosa non mi andasse a genio, mi rendevo conto che io non ero portato per quelle cose: non ero una guardia del corpo né tantomeno un investigatore segreto. Che diavolo ci facevo lì? Mi appoggiai alla parete della casa vicino, lasciai cadere la nuca sul muro dietro le mie spalle. Di nuovo, un profondo sospiro animò il mio petto: le stelle, sopra di me, puntellavano un cielo scuro, assolutamente privo di nubi.
Mi voltai nuovamente ad osservare la macchina, vedevo moglie e marito discutere tra di loro. Sembrava tutto a posto, quando mi resi conto che il loro modo di gesticolare si faceva via via più animato.
Il cuore iniziò a battere più veloce, la paura cominciava ad attanagliarmi. Vedevo Francesco gesticolare, Lucrezia sembrava invece alzare la voce, benché io non potessi sentirla.
Pregai che la discussione finisse lì, sperai che lecose non degenerassero, e di nuovo, in una manciata di secondi, mi resi conto di quanto le mie speranze fossero esigue: avrebbe avuto più probabilità di sopravvivere un castello di carta in mezzo ad un tornado.
Fu come un lampo, un movimento repentino, ce l'ho ancora stampato nella mente. Vidi la mano di Francesco muoversi velocemente, impattare sul volto di Lucrezia, per poi finire sulla sua maglia e strattonarla in avanti, contro il cruscotto. La donna cercò di difendersi come meglio poteva, ma in un attimo il marito le fu sopra, nel tentativo di sopraffarla.
Il rollio di una valanga, il rombo del tuono, il fragore della roccia che si spacca, ecco quello che percepivo nella mia mente. La mia razionalità venne frantumata dalla rabbia, la paura soverchiata dall'ira, l'ansia disintegrata dalla voglia di intervenire, di fargliela pagare.
C'era evidentemente un errore di connessione tra il mio corpo e la mia testa: mi accorsi che le mie gambe si stavano mettendo in moto quando già i miei occhi vedevano la mano sulla maniglia della portiera.
Come un forsennato spalancai lo sportello della macchina, infilai dentro il busto ed afferrai l'uomo per la maglia, tirandolo con forza verso l'esterno. Francesco cercò di divincolarsi, Lucrezia gridò il mio nome, e non seppi mai se per ringraziarmi o per pregarmi di andarci piano.
Rivoltai quel corpo flaccido e lo feci sbattere contro la sua stessa macchina, sferrando un violento pugno sul suo ventre gonfio. L'uomo si piegò su se stesso, poggiando la faccia sulla mia spalla mentre rantolava dal dolore. Di nuovo, strinsi il colletto del suo maglione e lo spinsi via, facendolo ruzzolare a terra. Si aflosciò a terra come un sacco di patate, lamentandosi del colpo subito e della rovinosa caduta. Io non ci vedevo più, l'aveva toccata di nuovo nonostante le mie minacce, ed ora ritenevo fosse giunta l'ora di fargliela pagare per tutto. Mi gettai su di lui mettendomi a cavalcioni sul suo corpo. Lo feci voltare e decisi che volevo mi guardasse in faccia mentre gliele suonavo di santa ragione. MA quando lui riaprì gli occhi vidi troppo tardi il suo sadico sorriso.
-Illuso.- mormorò tra i denti.
Non diedi peso alle sue parole, in quel momento...ma ad oggi, fu un dannato errore di valutazione. Preso dalla cieca rabbia, non sentii i passi che di corsa si avvicinavano né le grida di Lucrezia che cercava di avvertirmi. Mi resi conto della loro ombra quando ormai erano ad un passo da me, feci appena in tempo a voltarmi e li vidi, entrambi con un grosso bastone. -Cazzo!- bofonchiai alzando le braccia per proteggermi il volto. Realizzai in quell'istante che Francesc, di nuovo, mi aveva fregato: aveva pianificato tutto, mi aveva teso una trappola. Ed io ci ero cascato in pieno.
Dimostrò, ancora una volta, di essere un dannato calcolatore e di essere sempre un passo avanti rispetto agli altri.
Non riuscii ad evitare di venir colpito. Cercai in tutti i modi di rannicchiarmi, di proteggere il viso tra spalle e mani, tentando in tutti i modi di limitare i danni. Rotolai via dal corpo di Francesco, ancora sofferente per il colpo subito, e riuscii in qualche modo a chiudermi a riccio, mentre sentivo i bastoni colpire la mia carne rpetutamente. Il dolore era forte, ma mi rendevo conto che quei due erano disperati tanto quanto me: fossero stati dei professionisti avrei di sicuro subito danni maggiori. Invece capii che avevano paura: quello era un quartiere tranquillo, ma abitato, ed il timore di venir riconosciuti si faceva sentire a giudcare dai loro colpi imprecisi. Tuttavia, la selva che mi arrivò fu abbastanza per farmi provare paura: successe tutto in una manciata di secondi, ma la percezione fu quella di un'intera ora di percosse. Per quanto cercassi di divincolarmi, non riuscivo a trovare il bandolo della matassa: alzare un braccio o sciogliermi dal bozzolo che mi ero creato significava scoprire un punto vitale, andando incontro a serie ripercussioni. Per quanto una parte di me fosse terrorizzata dall'accaduto, una minima percentuale del mio cervello stava godendo per quel trattamento: in un certo senso, con un sadismo che ancora non riesco a comprendere, il dolore mi faceva sentire vivo. Perché avevo quelle sensazioni? Perché il timore di lasciarci le penne si mescolava con il piacere di sentire il mio corpo martoriato? Chi diavolo ero io? Uno scherzo della natura forse? O un pazzo, un folle, che si innamora dei propri aguzzini secondo il più classico dei cliché? Domande, rovelli, sensazioni diverse mi vorticavano in mente. E nel frattempo, il mio corpo iniziava ad essere tutto un dolore. Non potevo far nulla, dovevo solo attendere e sperare che smettessero in fretta.
Sentii Francesco rantolare e capii che stava cercando di rialzarsi. Sentivo i suoi occhi addosso pur senza vederlo, percepivo il suo sorrisetto soddisfatto e mi maledivo per non avergli dato un pugno in più. Dopo attimi interminabili, in cui chiaramente si stava godendo il mio pestaggio, quell'omuncolo da quattro soldi intimò gli altri di andarsene, dicendo che avevo avuto ciò che mi meritavo. Fu solo allora che quella regolazione di conti cessò, lasciandomi il tempo di respirare di nuovo.
Come detto, sembrò durare ore, ma passò giusto un paio di minuti.
In quel quartiere nessuno parlò, nessuno disse nulla. Non potevo di certo stupirmi della questione: il mio non era stato il primo pestaggio, tantomeno l'ultimo.
Quando fui sicuro di essere rimasto da solo allentai i miei muscoli, cercando di rilassarmi un attimo. Guardavo lo stesso cielo di prima, che ora sembrava piangere per me. Mi voltai, vidi la macchina di Francesco rimasta sul vialetto, di lui e gli altri due nessuna traccia. Lucrezia mi corse incontro piangendo, versava lacrime amare per avermi messo in quel casino. Mi tirai su con fatica, iniziavo a rendermi conto dei danni subiti: l'avambraccio ferito era di nuovo sanguinante, facevo inoltre fatica a stringere la mano destra. Sentivo un fastidioso ronzio all'orecchio sinistro e dallo stesso lato sembrava che l'occhio fosse coperto da una serie di moscerini, piccole palline trasparenti che vorticavano tutt'intorno.
La donna mi venne incontro disperata, aveva la maglia strappata, il reggiseno in bella vista. Fu la prima volta che la vidi mezza nuda, che ironia della sorte. Dovevo essere pestato a sangue per arrivare a tanto.
Lei scosse la testa tentando di farmi rialzare, ma per fortuna le gambe erano sane e il corpo aveva soltanto una quantità smisurata di lividi, ma niente di rotto.
-Sbrigati, andiamo dentro!- disse lei.
Cercò di sorreggermi e nel farlo fece passare il mio braccio intorno al suo corpo. La mia mano scivolò e toccai la sua carne. Nonostante le dita rotte (lo scoprii successivamente), ricordo ancora quel contatto: la sua pelle fremeva, i suoi muscoli erano tesi per lo sforzo di sorreggermi. Sorrisi senza farmi vedere, sforzandomi di sopportare il dolore al volto, vagamente tumefatto. L'avevo toccata, l'avevo fatto: avrei voluto essere pestato di nuovo solo per poter rivivere quel momento. Dannazione, quella donna mandava in frantumi il mio spirito. Stavo rischiando tutto per lei, e non sapevo nemmeno il perché. E quel dolore, quelle sofferenze, mi piacevano se intorno avevo lei. Riuscivo a camminare da solo, ma un pò, lo ammetto, me ne approfittai: era la prima volta che una donna si prendeva cura di me. E di quella donna, che tante ne aveva passate, volevo tutte le attenzioni possibili.


Di quel pestaggio, porto ancora oggi le conseguenze. L'orecchio sinistro ha subito un forte trauma e da quel lato, in soldoni, ho perso parecchio udito. L'occhio sinistro, invece, l'avevo lasciato stare inizialmente, ma poi svolgendo un paio di lavori fisici ho visto come un forte lampo, con conseguente velo opaco che mi impediva di vedere al meglio. Diagnosticato un distacco di retina con conseguente operazione, ad oggi ho 5 gradi su 10 da quella parte. Alla mano destra ho subito la rottura di indice e medio e la rottura dei legamenti dell'anulare, ma non mi sono fatto operare, recuperando nel tempo quasi il 100% della mobilità. La ferita all'avambraccio peggiorò e alla fine, sotto le insistenze di Lucrezia, andai al pronto soccorso per farmi ricucire (8 punti.)
Di quel pestaggio nessuno disse niente, nessuno parlò. Nemmeno il sottoscritto, tantomeno Lucrezia. Di fatto, voi e la mia psicologa siete gli unici a cui l'ho raccontato spontaneamente.
Che dire: basito.
E aggiungo: grazie per averci fatto partecipe della tua storia.
Che sia vera, romanzata, inventata, non importa.
E' molto bella, scrivi benissimo e non lasci respirare il lettore, che si aspetta continui colpi di scena.

Bravo.
No: bravissimo.
Grazie.
 

Maxtree

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Anche io rimango veramente basito per la situazione è per come il passato se non “digerito” può ritornare con forza.
 

sormarco

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taranto
scusate il tremendo ritardo ragazzi, ho avuto un periodo complicato, condito pure dall'influenza, tanto per non farsi mancare nulla. Inoltre, ho faticato parecchio a scrivere i due capitoli che vi lascio di seguito. Ho rivissuto nella mente un episodio particolarmente difficile da digerire. Raccontarvelo, tuttavia, è stato abbastanza liberatorio.

8.6

Ho sempre avuto una pessima calligrafia.
Per questo motivo non mi sorprese il messaggio che Lucrezia mi mandò la mattina seguente. Aveva una foto, in allegato, un'immagine del biglietto che le avevo lasciato.
-Si può sapere che hai scritto?-
Me ne ero andato all'alba. Per quanto avessi voluto rivederla, mi infastidiva doverle parlare della mia ferita al braccio. Non volevo farle conoscere le mie debolezze, o probabilmente non volevo farle ricordare a me stesso.
Al sorgere del sole presi le mie cose e andai ad osservare le placide acque del lago, non prima di averle lasciato quelle due righe scritte su di un foglio lasciato sul tavolo.
Avrei potuto scriverle un messaggio al cellulare, ma avrei rischiato di svegliarla. In più, ho una certa mania per i manufatti con la mia grafia illeggibile.
-C'è scritto "Prendi quello che ti pare per colazione. Chiudi la porta quando te ne vai." aggiungo che puoi aprire tutti i cassetti che vuoi, c'è più o meno tutto in casa da mangiare.- le risposi dopo qualche minuto.
Di tutto questo, si soffermò su un'unica cosa.
-Perché, vuoi che me ne vada?-
Sinceramente mi spiazzò. Non sapevo cosa risponderle, l'avevo dato per scontato, e non perché mi infastidisse la sua presenza. Presi tempo, decidendo di far pace con il cervello.
-No, avevo immaginato che tornassi a casa. Rimani quanto vuoi.-
Lucrezia visualizzò, ma non si fece più sentire per tutta la mattina. Stranamente non iniziarono le mie solite paranoie: non mi chiedevo il perché di quel silenzio, o se avessi detto qualcosa di sbagliato. Avevo voglia di pace, quel giorno, e avrei fatto di tutto per godermi l'atmosfera. In cuor mio, inoltre, sapevo che il rapporto con quella donna si era consolidato, in un certo senso, e non potevo credere che si fosse arrabbiata per così poco. Insomma, pian piano stavo ritrovando quella sicurezza che credevo di aver smarrito. E cosa ancor più importante, stavo cominciando a fidarmi di qualcuno.
Respirai a fondo l'aria pulita di quel posto silenzioso, ero talmente calmo che le palpebre iniziavano a chiudersi dopo la notte insonne che avevo passato. Sorridevo, mi mancava quella serenità che tanto avevo ricercato.
Mi tornò in mente Giacomo, in quel momento: ci bagnavamo sempre i piedi nelle rive del lago, niente era cambiato da allora. Non c'era più la corda legata all'albero sulla quale ci arrampicavamo da ragazzini, né l'altalena appesa al ramo che utilizzavamo per dondolarci fino allo sfinimento. Tutto il resto, però, mi parlava di lui. istintivamente presi il cellulare e gli scrissi un messaggio mandandogli una foto del posto, cercando di immortalare non solo le acque che si increspavano poco lontane da me, ma pure quell'arbusto che, con dirompente fierezza, era riuscito a sopravvivere senza un graffio alle fameliche spire del tempo.
-Te lo ricordi? Ci venivamo sempre da ragazzini. Si sta bene come una volta qui.-
Giacomo rispose quasi subito, un evento più unico che raro.
-Il nostro posto!- scrisse entusiasta. -Me lo ricordo sì! C'è ancora l'altalena?-
Scossi la testa sorridendo, come se lui potesse vedermi. -No, qualcuno l'ha tolta. Ma l'atmosfera è ancora la stessa.-
-Ci credo.- disse lui. -ci torneremo! Mi manca respirare un pò d'aria pulita!-
Di nuovo una smorfia sul mio volto, quello che normalmente viene chiamato sorriso.
Iniziavo a credere che niente avrebbe potuto interrompere quel piccolo istante di quiete.
E diamine, quanto mi sbagliavo...



8.7

Quel dannato lampione continuava a proiettare la mia ombra come altre volte aveva fatto quando ero stato da lei. Tra le tenebre, protetto dalle mura di due case, osservavo la scena a distanza, nascosto nella notte come il più temibile dei ladri.
Sospirai diverse volte, ero tremendamente nervoso: più mi guardavo intorno più mi sembrava di stare dentro un film. In meno di mezza giornata ero passato dall'atmosfera bucolica del lago al mattino a quell'oscura selva fatta d'asfalto, mura e lampioni che gracchiavano luce intermittente, tanto per far aumentare quell'ansia che mi accompagnava sempre come una leale amica.
Avevo ricevuto il suo messaggio alle due del pomeriggio, quando ormai ero rientrato in casa e avevo fatto una lunga doccia. Stavo quasi per rilassarmi sul divano quando il cellulare ronzò di nuovo.
-Francesco vuole vedermi stasera.-
Quelle quattro parole mi uccisero.
-Vengo con te.- risposi io meccanicamente. Mentre scrivevo quella frase, percepivo la mia pace interiore andare in frantumi come il più economico degli specchi.
-Vuole vedermi da sola.-
-Me ne starò in disparte, non mi fido di lui.-
Alla fine lei accettò, fissò l'appuntamento davanti casa sua ed io non feci altro che imprecare e dannarmi per tutto il pomeriggio.
Ed ora ero lì, un tutt'uno con le tenebre, ad osservare da lontano la BMW parcheggiata davanti la loro casa. Vedevo le sagome di Lucrezia e di Francesco all'interno dell'abitacolo, tutto sembrava in perfetto ordine.
Respiravo con affanno crescente, anche se una parte di me continuava a ripetere che sarebbe andato tutto bene, che non ci sarebbe stato bisogno di un mio intervento. Andiamo, mi dicevo, avrà capito la lezione. Magari vuole chiederle scusa, o vorrà ricucire il rapporto. Per quanto la cosa non mi andasse a genio, mi rendevo conto che io non ero portato per quelle cose: non ero una guardia del corpo né tantomeno un investigatore segreto. Che diavolo ci facevo lì? Mi appoggiai alla parete della casa vicino, lasciai cadere la nuca sul muro dietro le mie spalle. Di nuovo, un profondo sospiro animò il mio petto: le stelle, sopra di me, puntellavano un cielo scuro, assolutamente privo di nubi.
Mi voltai nuovamente ad osservare la macchina, vedevo moglie e marito discutere tra di loro. Sembrava tutto a posto, quando mi resi conto che il loro modo di gesticolare si faceva via via più animato.
Il cuore iniziò a battere più veloce, la paura cominciava ad attanagliarmi. Vedevo Francesco gesticolare, Lucrezia sembrava invece alzare la voce, benché io non potessi sentirla.
Pregai che la discussione finisse lì, sperai che lecose non degenerassero, e di nuovo, in una manciata di secondi, mi resi conto di quanto le mie speranze fossero esigue: avrebbe avuto più probabilità di sopravvivere un castello di carta in mezzo ad un tornado.
Fu come un lampo, un movimento repentino, ce l'ho ancora stampato nella mente. Vidi la mano di Francesco muoversi velocemente, impattare sul volto di Lucrezia, per poi finire sulla sua maglia e strattonarla in avanti, contro il cruscotto. La donna cercò di difendersi come meglio poteva, ma in un attimo il marito le fu sopra, nel tentativo di sopraffarla.
Il rollio di una valanga, il rombo del tuono, il fragore della roccia che si spacca, ecco quello che percepivo nella mia mente. La mia razionalità venne frantumata dalla rabbia, la paura soverchiata dall'ira, l'ansia disintegrata dalla voglia di intervenire, di fargliela pagare.
C'era evidentemente un errore di connessione tra il mio corpo e la mia testa: mi accorsi che le mie gambe si stavano mettendo in moto quando già i miei occhi vedevano la mano sulla maniglia della portiera.
Come un forsennato spalancai lo sportello della macchina, infilai dentro il busto ed afferrai l'uomo per la maglia, tirandolo con forza verso l'esterno. Francesco cercò di divincolarsi, Lucrezia gridò il mio nome, e non seppi mai se per ringraziarmi o per pregarmi di andarci piano.
Rivoltai quel corpo flaccido e lo feci sbattere contro la sua stessa macchina, sferrando un violento pugno sul suo ventre gonfio. L'uomo si piegò su se stesso, poggiando la faccia sulla mia spalla mentre rantolava dal dolore. Di nuovo, strinsi il colletto del suo maglione e lo spinsi via, facendolo ruzzolare a terra. Si aflosciò a terra come un sacco di patate, lamentandosi del colpo subito e della rovinosa caduta. Io non ci vedevo più, l'aveva toccata di nuovo nonostante le mie minacce, ed ora ritenevo fosse giunta l'ora di fargliela pagare per tutto. Mi gettai su di lui mettendomi a cavalcioni sul suo corpo. Lo feci voltare e decisi che volevo mi guardasse in faccia mentre gliele suonavo di santa ragione. MA quando lui riaprì gli occhi vidi troppo tardi il suo sadico sorriso.
-Illuso.- mormorò tra i denti.
Non diedi peso alle sue parole, in quel momento...ma ad oggi, fu un dannato errore di valutazione. Preso dalla cieca rabbia, non sentii i passi che di corsa si avvicinavano né le grida di Lucrezia che cercava di avvertirmi. Mi resi conto della loro ombra quando ormai erano ad un passo da me, feci appena in tempo a voltarmi e li vidi, entrambi con un grosso bastone. -Cazzo!- bofonchiai alzando le braccia per proteggermi il volto. Realizzai in quell'istante che Francesc, di nuovo, mi aveva fregato: aveva pianificato tutto, mi aveva teso una trappola. Ed io ci ero cascato in pieno.
Dimostrò, ancora una volta, di essere un dannato calcolatore e di essere sempre un passo avanti rispetto agli altri.
Non riuscii ad evitare di venir colpito. Cercai in tutti i modi di rannicchiarmi, di proteggere il viso tra spalle e mani, tentando in tutti i modi di limitare i danni. Rotolai via dal corpo di Francesco, ancora sofferente per il colpo subito, e riuscii in qualche modo a chiudermi a riccio, mentre sentivo i bastoni colpire la mia carne rpetutamente. Il dolore era forte, ma mi rendevo conto che quei due erano disperati tanto quanto me: fossero stati dei professionisti avrei di sicuro subito danni maggiori. Invece capii che avevano paura: quello era un quartiere tranquillo, ma abitato, ed il timore di venir riconosciuti si faceva sentire a giudcare dai loro colpi imprecisi. Tuttavia, la selva che mi arrivò fu abbastanza per farmi provare paura: successe tutto in una manciata di secondi, ma la percezione fu quella di un'intera ora di percosse. Per quanto cercassi di divincolarmi, non riuscivo a trovare il bandolo della matassa: alzare un braccio o sciogliermi dal bozzolo che mi ero creato significava scoprire un punto vitale, andando incontro a serie ripercussioni. Per quanto una parte di me fosse terrorizzata dall'accaduto, una minima percentuale del mio cervello stava godendo per quel trattamento: in un certo senso, con un sadismo che ancora non riesco a comprendere, il dolore mi faceva sentire vivo. Perché avevo quelle sensazioni? Perché il timore di lasciarci le penne si mescolava con il piacere di sentire il mio corpo martoriato? Chi diavolo ero io? Uno scherzo della natura forse? O un pazzo, un folle, che si innamora dei propri aguzzini secondo il più classico dei cliché? Domande, rovelli, sensazioni diverse mi vorticavano in mente. E nel frattempo, il mio corpo iniziava ad essere tutto un dolore. Non potevo far nulla, dovevo solo attendere e sperare che smettessero in fretta.
Sentii Francesco rantolare e capii che stava cercando di rialzarsi. Sentivo i suoi occhi addosso pur senza vederlo, percepivo il suo sorrisetto soddisfatto e mi maledivo per non avergli dato un pugno in più. Dopo attimi interminabili, in cui chiaramente si stava godendo il mio pestaggio, quell'omuncolo da quattro soldi intimò gli altri di andarsene, dicendo che avevo avuto ciò che mi meritavo. Fu solo allora che quella regolazione di conti cessò, lasciandomi il tempo di respirare di nuovo.
Come detto, sembrò durare ore, ma passò giusto un paio di minuti.
In quel quartiere nessuno parlò, nessuno disse nulla. Non potevo di certo stupirmi della questione: il mio non era stato il primo pestaggio, tantomeno l'ultimo.
Quando fui sicuro di essere rimasto da solo allentai i miei muscoli, cercando di rilassarmi un attimo. Guardavo lo stesso cielo di prima, che ora sembrava piangere per me. Mi voltai, vidi la macchina di Francesco rimasta sul vialetto, di lui e gli altri due nessuna traccia. Lucrezia mi corse incontro piangendo, versava lacrime amare per avermi messo in quel casino. Mi tirai su con fatica, iniziavo a rendermi conto dei danni subiti: l'avambraccio ferito era di nuovo sanguinante, facevo inoltre fatica a stringere la mano destra. Sentivo un fastidioso ronzio all'orecchio sinistro e dallo stesso lato sembrava che l'occhio fosse coperto da una serie di moscerini, piccole palline trasparenti che vorticavano tutt'intorno.
La donna mi venne incontro disperata, aveva la maglia strappata, il reggiseno in bella vista. Fu la prima volta che la vidi mezza nuda, che ironia della sorte. Dovevo essere pestato a sangue per arrivare a tanto.
Lei scosse la testa tentando di farmi rialzare, ma per fortuna le gambe erano sane e il corpo aveva soltanto una quantità smisurata di lividi, ma niente di rotto.
-Sbrigati, andiamo dentro!- disse lei.
Cercò di sorreggermi e nel farlo fece passare il mio braccio intorno al suo corpo. La mia mano scivolò e toccai la sua carne. Nonostante le dita rotte (lo scoprii successivamente), ricordo ancora quel contatto: la sua pelle fremeva, i suoi muscoli erano tesi per lo sforzo di sorreggermi. Sorrisi senza farmi vedere, sforzandomi di sopportare il dolore al volto, vagamente tumefatto. L'avevo toccata, l'avevo fatto: avrei voluto essere pestato di nuovo solo per poter rivivere quel momento. Dannazione, quella donna mandava in frantumi il mio spirito. Stavo rischiando tutto per lei, e non sapevo nemmeno il perché. E quel dolore, quelle sofferenze, mi piacevano se intorno avevo lei. Riuscivo a camminare da solo, ma un pò, lo ammetto, me ne approfittai: era la prima volta che una donna si prendeva cura di me. E di quella donna, che tante ne aveva passate, volevo tutte le attenzioni possibili.


Di quel pestaggio, porto ancora oggi le conseguenze. L'orecchio sinistro ha subito un forte trauma e da quel lato, in soldoni, ho perso parecchio udito. L'occhio sinistro, invece, l'avevo lasciato stare inizialmente, ma poi svolgendo un paio di lavori fisici ho visto come un forte lampo, con conseguente velo opaco che mi impediva di vedere al meglio. Diagnosticato un distacco di retina con conseguente operazione, ad oggi ho 5 gradi su 10 da quella parte. Alla mano destra ho subito la rottura di indice e medio e la rottura dei legamenti dell'anulare, ma non mi sono fatto operare, recuperando nel tempo quasi il 100% della mobilità. La ferita all'avambraccio peggiorò e alla fine, sotto le insistenze di Lucrezia, andai al pronto soccorso per farmi ricucire (8 punti.)
Di quel pestaggio nessuno disse niente, nessuno parlò. Nemmeno il sottoscritto, tantomeno Lucrezia. Di fatto, voi e la mia psicologa siete gli unici a cui l'ho raccontato spontaneamente.
Quei tipi sono sempre un passo avanti, perché da merde che sono pianificano tutto, come quei mariti che controllano la moglie e la ricoprono di attenzioni nascondendo i loro tradimenti.
Beh grazie per averci raccontato quello che hai raccontato solo allo psicologo.
D'altronde anche noi abbiamo da rispettare il segreto professionale 👍
 

Shamoan

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Sai, se devo essere sincero al cento per cento, mi sento veramente lusingato che di far parte di quella piccolissima cerchia di persone che sono a conoscenza di quanto accaduto. Quasi mi dispiace del fatto che in molti leggeranno questo tuo racconto sperando in scopate epiche, senza carpire realmente l'essenza di ciò che tu ci stai comunicando e soprattutto l'importanza di esternare questi tuoi stralci di vita che ti hanno intrappolato per anni e che ora finalmente ti stanno rendendo libero e leggero!
Questo racconto è realmente una svolta per questa sezione, l'eros in fin dei conti c'è, ma va letto tra le righe, è troppo sottile per essere carpito di primo acchito, ma fondamentalmente è presente quasi in ogni capitolo!
Complimenti, e non credo ci sia altro da aggiungere!
 

Timido1994

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Il bullismo purtroppo è uno dei mali dei nostri tempi la tua storia fa capire come poi sti ragazzi diventano da adulti dei delinquenti
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Sai, se devo essere sincero al cento per cento, mi sento veramente lusingato che di far parte di quella piccolissima cerchia di persone che sono a conoscenza di quanto accaduto. Quasi mi dispiace del fatto che in molti leggeranno questo tuo racconto sperando in scopate epiche, senza carpire realmente l'essenza di ciò che tu ci stai comunicando e soprattutto l'importanza di esternare questi tuoi stralci di vita che ti hanno intrappolato per anni e che ora finalmente ti stanno rendendo libero e leggero!
Questo racconto è realmente una svolta per questa sezione, l'eros in fin dei conti c'è, ma va letto tra le righe, è troppo sottile per essere carpito di primo acchito, ma fondamentalmente è presente quasi in ogni capitolo!
Complimenti, e non credo ci sia altro da aggiungere!
Piu che un racconto erotico è un racconto d'amore
 

sormarco

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taranto
Il modo migliore per farla pagare a quel coglione di Francesco è scoparti la moglie...
E renderlo pubblico quello gli farebbe male, non le corna. Io penso che neanche la soddisfi Lucrezia e la tratti solo per sua soddisfazione. Magari a lui piace anche prenderlo in culo e sta incazzato perché vorrebbe quello dello scrittore.
 

Vy80

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E renderlo pubblico quello gli farebbe male, non le corna. Io penso che neanche la soddisfi Lucrezia e la tratti solo per sua soddisfazione. Magari a lui piace anche prenderlo in culo e sta incazzato perché vorrebbe quello dello scrittore.
Può darsi...quelli che fanno i coglioni così sotto sotto sono agnellini a cui piace mettersi a 90...
 
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